Un Piromane in Ferie – Parte 1

Con un leggero sospiro, si alzò dal letto e aprì le tendine e osservò la città dalla sua finestra. Il caldo dell’estate stava lentamente conquistando le strade della città.

Sorrise: il momento per andare via stava arrivando. Quel breve periodo dell’anno in cui poteva dedicarsi alla sua… passione.

Si preparò per andare al lavoro: tutti i giorni, sempre gli stessi gesti, più o meno alla stessa identica ora. Scese dalle scale e prese l’auto, andando al lavoro.

Guardò la città attorno a lui mentre guidava: riusciva a notare abitudinari come lui, che passavano nello stesso posto, alla stessa ora. Anche se capitavano le eccezioni.

Parcheggiò la macchina nello stesso posto dei giorni precedenti e entrò nel suo posto di lavoro.

Picchettava le dita su sé stesso sulle pareti, su ogni superfice che trovava, si guardò intorno, fece un giro di 360 gradi e pensò:

“Some men just want to watch the world burn.”

Entrò nella biblioteca, salutò con il suo solito sorriso tra il cordiale e il sarcastico, i suoi colleghi, e cominciò a lavorare, a catalogare.

Ogni tanto si lasciava andare a qualche chiacchiera, anche scherzando, ma non rilevava mai molto di sé. I colleghi non lo conoscevano se non superficialmente.

Girava nella biblioteca, e spesso si fermava a guardare qualcosa che gli catturasse l’attenzione tra i libri: leggeva giusto qualche pagina, e poi li posava. Era un’abitudine, come tante altre.

Tanti studenti come sempre invadevano le sale, era il periodo degli esami della sessione estiva, le ultime “gocce” prima dell’estate.

Gocce di sudore, più che il resto. Nonostante l’aria condizionata, i giovani erano sempre pieni di vampate di calore: forse la tensione per gli esami o la concentrazione, ne erano la causa… O chissà? L’ansia di finire il prima possibile per godersi le vacanze estive.

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Non sapeva come sentirsi, l’uomo, mentre guardava quelle scene. Doveva essere nostalgico, o disgustato? Se lo chiedeva spesso, quando si ricordava del suo passato, quando lo faceva anche lui. Spesso vinceva l’indifferenza. <<Ci ricasco ogni volta…>> Pensò.

Guardò al di fuori della biblioteca, picchettava le dita sulle pareti, e poi attorno ai bordi della finestra. Fremeva per andarsene in ferie, e tutto ciò che lo circondava, gli sembrava una perdita di tempo, un momento di contemplazione dell’inutilità di alcune giornate.

La luce del tramonto, a fine giornata, illuminava la biblioteca, l’uomo si coprì la faccia con la mano, mentre contemplava il sole che stava salutandolo, con calma.

Prima di tornare a casa, decise di fare due passi, tenendosi il borsello sulla spalla sinistra, un venticello discreto gli accarezzò il viso, guardò ancora la vita attorno a lui: giovani, meno giovani, bambini, che giravano, camminavano, vivevano.

Come facevano a essere tanto allegri? Perché lui non ci riusciva, aveva bisogno di quella cosa, per farlo.

Una cosa sola avrebbe potuto ricaricarlo: sarebbe dovuto tornare laggiù, a chilometri da Torino, in quell’unico posto in cui poteva esprimere liberamente il vero sé stesso.

Sempre più impaziente, decise di prendere un tè al bar provare a rilassarsi, leggendo un libro.

Leggeva “Luminosa Innocenza” di Osho, e rimase lì, fino a quando la luce del sole scomparve, e quella dei lampioni cominciò a sostituirla.

Andò verso la macchina, e si disse << Forse anche io dovrei tornare a provare a vivere una vita normale.Forse è troppo tardi. Potrei fallire di nuovo. >>

Una lacrima gli sfregiò il viso per un attimo, se ne accorse solo dopo che gli cadde sulle labbra.

In macchina, si mise ad ascoltare Sting, volle ascoltare una canzone specifica:

“If I ever lose my faith in you.”

“ You could say I lost my faith in science and progress

You could say I lost my belief in the holy church

You would say I lost my sense of direction

Yes, you could say all of this and worse but…

If I ever lose my faith in you

There’d be nothing left for me to do

Tornò infine a casa, si preparò un po’ di insalata, mentre continuava ad ascoltare Sting, mettendo la stessa canzone, più e più volte.

Dopo che smetteva di lavorare, quelli erano gli unici momenti della sua giornata che cambiavano: trascinato dal suo umore, senza dover andare da qualche parte, o fare qualcosa.

E andava a dormire, fino al giorno dopo, che sarebbe stato uguale a quello appena passato.

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