Un Piromane in Ferie – Parte 3

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L’aria del treno si riempì in fretta di aria condizionata, era quasi luglio.

Per passare il tempo, Marco decise di ascoltare inizialmente un po’ di musica, aprì la sua libreria, passò le mani su tutte quelle canzoni d’amore che aveva ascoltato negli ultimi tempi.

Dato che non aveva ancora nessuno vicino a sé, decise di ascoltarne una:

“ Chissà se parli di me e come parli di me

Chissà se, chissà se

Chissà se imparerò che non puoi imparare da me

Chissà se, chissà se

Chissà se parli di noi chissà se è quello che vuoi

Chissà se, chissà se

Chissà se capirò che non basta bere perché

Chissà se, chissà se…”

(Axos – Amanti di)

Non si rese nemmeno conto che le qualche lacrima gli sfregiò il viso, fino a quando non arrivò alle labbra, e sentì il suo salato sapore.

Era stato con gli occhi chiusi in quei pochi istanti, e solo quando cambiò brano, che si rese conto di avere un uomo accanto a sé.

Sembrava essere più grande di lui di almeno una decina d’anni. Aveva avuto l’impressione che lo guardasse, ma ora aveva totalmente distolto lo sguardo.

Senza dire una parola, Marco decise di ignorare quel fatto, cambiò del tutto genere musicale:

“ Quanto costa una mela?

Costa un sacco di botte.

Se mi faccio picchiare un pochino

La darebbe al bambino?

Se la metterà in testa senza neanche capire

Così lei con le frecce si potrà divertire.”

(Lucio Dalla – Treno a Vela)

Dopo un po’ di tempo, l’uomo lo guardò di nuovo, e non distolse lo sguardo.

Marco ricambiò lo sguardo, si fissarono per qualche istante: come se tutti e due aspettassero di dire qualcosa, senza mai capire cosa.

L’estraneo fu il primo a parlare:

  • Si torna a casa?
  • Sì. – Rispose Marco, secco.
  • Dove?
  • Calabria.
  • Ah… ci vado spesso in vacanza. È veramente un bel posto, sì. Molto sottovalutato. È vero: è piena di difetti, sporca, selvaggia e molto rustica. Tuttavia, è il luogo adatto per chi vuole andare via dal caos urbano.
  • Sta andando in vacanza ora?
  • Oh no, non ancora. Mi fermerò a Roma. – Si interruppe, grattandosi il naso. – Ah, mannaggia. Che brutto andare avanti con l’età. Una volta non avevo ‘sti maledetti peli nel naso. Tu lo hai?
  • No… ho ancora venticinque anni.
  • Ah, giovane. Bene.

Passarono alcune ore a chiacchierare, l’impressione che Marco ebbe di quel tizio, era criptica. Non capiva cosa pensasse veramente.

Marco rivelò di essere un neo-laureato in criminologia, e stava tornando a casa, cercando di schiarire le idee.

Era una confidenza che non voleva fare ad uno sconosciuto, ma in fondo, che importanza aveva? Non lo avrebbe rivisto.

L’altro rispose:

  • Vedi. È tutto un tiro di dadi. Tu li lanci, o lo lanci… – l’uomo tirò fuori un dado dalla tasca e lo lanciò sul tavolino del treno. Uscì 3. – Il tiro rappresenta la scelta. Le conseguenze però, non si possono controllare. Dipende, in fondo, dal risultato.
  • Non è un po’ fatalista?
  • Tutt’altro. Vedi, il lancio del dado è la scelta, ma le conseguenze sono cose che non vengono sempre controllate da noi. Anche non fare niente è una scelta che comporta conseguenze. Pensa se tu, giovane, dici a qualcuno quello che provi: a una donna che la ami, o che le vuoi bene. Quello è il tuo tiro di dadi.  Tu ti aspetteresti da parte sua un “anche io ti amo”, o “ti voglio bene”, e il resto. Potrebbe anche non fare nulla, essere imbarazzata, non fare trasparire le reali emozioni. Anche quelle sono scelte, son tiri di dado. Naturalmente, lo stesso discorso vale per quando studi un esame, e vai a farlo. Il tuo studio contro il voto dell’esame, il tuo curriculum, contro il datore di lavoro.

La vita è una serie di scelte, ma non tutte spettano a noi. faber est suae quisque fortunae, ma fino a che punto?

Marco rimase il silenzio, strinse istintivamente i braccioli del sedile. Parlare di donne in quel momento, anche indirettamente, era come veleno. Parlarono d’altro, ma quel discorsi dei dadi, rimase nella testa del ragazzo.

Arrivati a Roma, lo salutò. Non si erano presentati durante tutto quel tempo, l’uomo disse il suo nome solo all’ultimo: Giorgio.

Marco disse il suo, lo guardò andarsene e sorrise.

Tornò alla sua solitudine e alla sua musica, capace di guarirlo.

Quel giorno non faceva troppo caldo, a prescindere dall’aria condizionata. Si rimise le cuffie, e si perse nei suoi pensieri: accompagnati dalle note di un po’ di jazz, che lo rilassò.

E chiuse un poco gli occhi, riposando.

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