Recensione Libro: “33” di Marco Ubertini. (Alias Hube.)


È con immenso piacere che mi appresto a recensire il libro di Marco Ubertini, alias Hube.

Chi è Hube?

È uno dei membri dei Brokenspeakers.

Una crew romana, che continuo ad ascoltare ed amare.

Hube, devo dire che è il mio preferito, insieme a Lucci.

La loro musica, che parla di qualcosa che esiste lì, in quel posto invisibile. Lì dove nessuno guarda mai.

La strada. La vita vera.

E di cosa parla, infatti questo libro?

Della vita di Marco. Un ex-eroinomane.

Una vita incasinata, piena di guai. Cazzi.

Lui, che iniziava a farsi a 16 anni. Eroina. “ Io maledetto a 16 anni con i buchi sulle braccia, la vita va in salita, e te lo scrivi in faccia”. (da “Andare Su”. Un brano di Hube stesso.)

Un ragazzo che viveva di spaccio, rubare, un povero, un tossico. Scappato di casa. Ha visto tante cose. Violenza, mafia, criminali.

La vita che non sembra che ci sia, ma c’è. La vita piena di disagio.

33 storie. 33 anni.
Rave, feste, droghe sbagliate, overdose. Tentativi di ammazzarsi facendosi.

Eppure in qualche modo Marco ce l’ha fatta. Ed è ancora qui per raccontarcelo.

Come dice Nicco: “ E m’hanno detto la gente non cambia e diffido

Io guardo Marco e sorrido.”

(Brokenspeakers – Da Vicino).

Vien da sé che mentre leggevo il libro, nella mia testa mi venivano in mente le strofe di Hube. I pezzi dei Brokenspeakers.

Del resto, certe vicende descritte, ti fanno balzare in mente, vicende descritte da lui, nel rap.

Che vita caotica. Rischiare di morire così tante volte, a volte involontariamente, altre no.

È da dire come dice lui in un capitolo: “don’t try this at home”.

Penso che questo libro, sia anche un monito. Racconta la verità nuda e cruda. La vita di merda effettiva che si vive da dipendenti.

Con le crisi di astinenza.

Di quanto possa fare male.

Come Trainspotting. Gioventù bruciata.

Non è un libro che vuole dirci direttamente di stare lontano da quella vita, ma te lo fa capire.

È una vita incasinata, ma affascinante. Deve essere stato fantastico, fare il writer. È una cosa che adoro, amo.

Queste silenziose forme di protesta.

Ad essere sincero, ad aver letto questo libro, mi è venuta una voglia di cambiare anche a me.

Un po’ mi sento come lui, anche se non sono mai stato dipendente. Non da una droga. Non da sostanze.

Arriva quel momento nella vita in cui realizzi,

che qualcosa non va. E Marco infine, dopo diversi tentativi, ha smesso.

Ha deciso di salvarsi. Da solo.

Senza nessuno.

Senza aiuto.

Ha deciso di smettere.

Ha deciso di smettere di lasciarsi andare, di dare una raddrizzata alla sua vita. Non so se sono stato influenzato positivamente dal libro, ma sento di doverlo fare anche io.

Capita spesso di perdersi.

Poi bisogna ritrovarsi.

“Se la vita scappa via, sopra una via, ma io ogni volta la riprendo” (Sempre da “Andare Su”.)

Che storia fantastica. Assurda. Bellissima.

Una vita così intensa, così distruttiva. Incredibile.

E avere la forza, di cambiare. Di smettere. Lui, uno dei pochi che non è morto, che non è finito come un bastardo in qualche buco, dimenticato, morto.

Senza che qualcuno mai si fosse fregato di lui, praticamente.

E invece, il futuro l’ha cambiato.

“È per la vita che ho fatto, per non diventare matto, per far continuare questo battito”.

Correre in mezzo al dolore.

Forte come il vento.

Senza che ci fosse precisamente la speranza, semplicemente ci fu la forza di volontà. Ci fu.

E si è riusciti.

Se dovessimo sentire certi che ci dicono che “le cose non cambiano”, Marco sarebbe dovuto morire. Ma è vivo e felice.

È una vita che molti di noi, non sapranno mai.

Anche se non sembra, si può fare.

Questo racconto di vita urbana, qualcosa di violento, rude. La verità ci viene sbattuta in faccia senza tanti complimenti.

Quello che vien taciuto,

Viene raccontato qui.

Sono contento di constatare, che come mi è piaciuto come musicista, ora lo apprezzo in altre “vesti”.

Mi aspettavo qualche accenno alla crew, ma alla fine il libro era altro. Chissà se leggeremo altre storie in futuro? Speriamo.

Andiamo,

su.

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