Racconto 6 – “Esilio.” (Lei Tornado, Io Uragano.)

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E poi si tornò nel proprio castello, nel proprio regno.

Tutta la compagnia rimase lì. Il re riprese il suo posto, dopo essere evaso dalla prigione.
Carandass era cresciuto, il suo occhio sinistro era diventato rosso intenso. La luce brillava dentro di esso.

Non aveva mai capito perché, ma piangeva sempre dall’occhio sinistro. Da entrambi capitava raramente.

Forse perché era quello vicino al cuore. Chissà.

La città che avevano costruito aveva subito un grave danno al muro. Erano stati assediati, c’era silenzio per le strade, non si vedeva la gente.

E la bambina che Carandass aveva disperatamente cercato, se n’era andata. Esiliata.

Anche il re era stato esiliato dal regno della ragazza.

Insomma, si stava in silenzio, in esilio. Ognuno nella propria fortezza.

Si decise di diventare più forti, il capitano Escanor aspettava di tornare a navigare: se i suoi uomini erano sopravvissuti, li avrebbe rivisti senza dubbio nel regno.

Carandass si chiuse in silenzio.
Il cuore era spezzato a metà. Non era più capace di funzionare a pieno regime: solo una parte di esso. Nel tempo, si sarebbe ricomposto, di luce e oscurità. Di amore e meno amore. Ma mai odio.

Quel cuore non era capace di odiare.

Non lo sarebbe mai stato.

E quindi si passò il tempo ad addolorarsi per un’assenza, ad avere rimpianto e rimorsi, a prendere scelte per cambiare la propria vita, per sé stessi.

E ogni tanto si pensava a lei.

Senza dirlo a nessuno più.

Col passare del tempo, si diffuse un pettegolezzo.

Si diceva che il re, ogni tanto uscisse dal regno, andasse nel luogo dell’esilio, e lì incontrava una donna.

Una sera, entrò in un bar.

Era la prima volta che accadeva.

Era il luogo dell’esilio.

Era una bellissima donna, aveva delle belle gambe, culo, e uno splendido sorriso. La sua allegria riempiva l’atmosfera.

Il re ne fu rapito.

Non sapeva bene descriverlo, ma vide nello sguardo di quella ragazza molto più di quanto le parole potessero esprimere.

Era da sola, il re si sedette accanto a lei al bancone, come succede nelle serie tv o film americani.

Le offrì da bere, le chiese il nome, lei domandò il suo.

  • Mi puoi chiamare “Lo Scrittore Volante”.
  • Troppo lungo.
  • Vero.
  • Il tuo vero nome qual è?
  • Non posso dirtelo. Spoiler.
  • Ma tu sai il mio.
  • Ho capito chi sei, quindi non posso dirtelo.
  • Chi sono?
  • L’esiliata che mi ha esiliato. Non sei più una bambina, però.
  • Quello è il cuore lo sai.
  • E ora cosa siamo?
  • Siamo sempre noi, ci incontriamo di nascosto, fuori da noi stessi. Da ogni amore, amicizia, cervello. Ogni sentimento ferito. È un nostro segreto. – La donna fece il gesto del silenzio col dito sulle labbra. Il rossetto le sporcò un po’ il dito. Fece una risata un po’ amara.
  • Ora che non ci parliamo più ti capisco più di prima. Mi dispiace di tante cose.
  • Non importa.
  • Sì che importa…
  • Non ne voglio più parlare. Beviamo e chiacchierammo, queste cose sono del cuore e della testa. Qua siamo solo noi.
  • È così bello parlare con te così.
  • Perché parli in modo naturale, senza dovermi impressionare. Avresti dovuto fare così fin dall’inizio… oh scusa, anche io ora porto cose che non stanno qui.
  • Bisogna dirselo. Da qualche parte di noi ci teniamo.
  • Può darsi. Non riesco a capirlo. Come non capisco questa tua voglia di restare qui. Per me.
  • Perché è piacevole. Tutto qui.
  • Dovresti andartene.
  • Lo dici tu che vuoi restare?
  • Volevo andarmene.
  • Anche io. Siamo rimasti entrambi.
  • Sei un pazzo.
  • Può darsi.
  • Sei un pazzo, non dovresti volermi bene.
  • Perché no?
  • Non dovresti voler bene un disastro come me. Non sono capace di ricambiare queste buone intenzioni.
  • Dovrei odiarti? Stai cercando di convincermi che sei una cattiva persona?
  • Forse.
  • Voi donne, con il vostro linguaggio in codice.  “Forse” non è mai forse.
  • Cosa vuoi che ti dica…?
  • Io o che prima di questo casino, non esistevano queste domande. Era tutto spontaneo. Ora che ricomincio a pensare con la mia testa, capsico molte cose. Io e te ci somigliamo più di quello che sembra.
  • E quindi?
  • E quindi nulla, ci continueremo a vedere qui a bere e chiacchierare.
  • Finché non lo faremo nella realtà?
  • Sì, senza doverci sforzare. Con spontaneità. Senza “buone intenzioni”. Solo vivendo, vivendoci.
  • Continui a sembrare un pazzo.
  • È la mia pazzia. Non ti preoccupare.
  • Cambierai?
  • Sto già cambiando. Vedrai. Piano piano. Meglio così: meglio avere più tempo per noi. Posso crescere e migliorare con la dovuta calma.
  • Buon per te.
  • E tu cosa farai?
  • E chi lo sa? Te lo dirò più in avanti.

I due si guardarono. Due sconosciuti che si conoscevano. Che strano.

Il re sarebbe tornato a vederla ancora, avrebbe continuato a volerle bene, nonostante l’avesse ferito.

Avrebbe continuato a credere che dalla merda, potevano nascere i diamanti.

Avrebbe continuato a volersi prendere cura di quel disastro di donna, che non si credeva all’altezza di essere amata da chi era veramente capace di farlo.

Avrebbe preso la strada lunga, quella della pazienza, allenamento: mentale, fisico, spirituale.

Avrebbe preso la strada più difficile. Altri uomini avrebbero potuto raggiungerla più facilmente, lui no. A lui interessava una storia da raccontare.

Una bella storia.

Ed era l’unica vera cosa che aveva e che avrebbe sempre voluto fare. E ora era chiaro, a mente fredda.

E non c’erano più dubbi, la nebbia era veramente sparita.

Perché lui … ci teneva davvero.

Non aveva mai capito perché, ma a lui piacevano i disastri. La gente danneggiata. Lo era anche lui. Due calamità insieme. Due disastri naturali.

Lei tornado,

io uragano.

                                                             Fine.

  • Lo Scrittore Volante.
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