#Romanzo a puntate: “#Storia di #Vampiri” (Titolo provvisorio). – Intro.

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Premessa: è da qualche tempo che volevo scrivere una storia di vampiri. Sono le mie creature di fantasia preferite. Colpa (o merito) del mio videogioco preferito, anzi uno dei tali: Legacy of Kain. Chi ci ha giocato, capirà.

Oggi pubblico la prima parte del primo capitolo, una piccola intro.

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Ricordo quel giorno come se fosse ieri; e sono passati vari secoli.

Eravamo in Arabia, le guerre tra Cristiani e Musulmani, stavano coinvolgendo tutto quello che era il mondo conosciuto. Si viveva solo per la religione.

Ai tempi non avevo idea che gli esseri umani usassero come arma, la religione: o comunque, le profonde convinzioni e credenze, per secondi fini.

Ero solo un crociato, un soldato. Il mio lavoro era quello di uccidere coloro che la vedevano in modo diverso dal mio.

Non ero altro che uno dei numerosi coltelli, nelle grandi mani dei potenti: imperatori, papi, re, nobili e principi di ogni sorta.

Quando ero così giovane nemmeno mi importava: ad essere sincero, non ero nemmeno un grandissimo credente. Come molti, ero solo assetato di gloria e ricchezza. Niente di più, niente di meno.

Una benedizione divina per dei poveracci come me. Carne da macello: fanatici e poveracci. Dopo aver giurato su Dio e il papa, si andava a morire in loro nome. In battaglia si prega e si urla.

Il comandamento diceva di non pronunciarlo in vano, come diceva di non uccidere. Quanta ipocrisia.

Pe me era normale: non urlavo nulla: pregavo prima delle battaglie e speravo sempre di non morire, però uccidevo.

La croce che portavo sulla mia armatura, veniva spesso coperta da altro un rosso: quello del sangue dei nostri nemici. Pensandoci oggi, non esisteva vita peggiore e compito più infimo; incredibile che qualcuno provasse piacere a farlo.

L’adrenalina di sentirsi un dio, togliendo la cosa più preziosa ad un altro essere umano: per loro era esaltante; per me era come fare il contadino, solo che invece della zappa o la falce, avevo la spada. Infatti anche quello era mietere. Non so ancora cosa sia meglio o peggio… Sicuramente era il male: per noi e per loro.

Noi le crociate, loro la Jihad: due facce della stessa medaglia.

Il mio nome è Reemos. Ero un austriaco… Sì, “ero”.

Era quell’epoca in cui avevamo invaso i territori del nostro grande nemico dell’epoca: il grande Saladino.

Un giorno ci fu una furiosa battaglia nel deserto: una delle tante: combattevamo giorno e notte, eravamo stanchi e assetati. Tuttavia, continuavamo.

E quel giorno successe ciò che sconvolse la mia intera esistenza e pose fine alla mia vita umana in modo definitivo.

Combattemmo contro un gruppo di arabi che sembravano essere più giovani di noi. Credevamo fossero sostenitori del Saladino, ma non avevamo ben capito se fossero parte diretta del suo esercito, o alleati.

Sta di fatto che tra quelli, ne vidi uno che aveva qualcosa di strano: combatteva, ma sembrava che la luce del sole, in qualche modo lo indebolisse.

Quando incontravo giovani ridotti male per qualche malattia o chissà quale altro male avessero, li risparmiavo. Spesso mi bastava spintonarli, mostravo pietà.

A volte morivano comunque, uccisi da qualcun altro, altre restavano a terra in battaglia, senza rialzarsi. Non avrei mai saputo se sarebbero sopravvissuti. In qualche modo avevo comunque la coscienza pulita. Almeno, così mi piaceva pensare.

Così feci anche quella volta e continuai a uccidere senza guardarmi indietro.

Quella volta, quell’unica dannata volta, qualcosa cambiò: vincemmo la battaglia, esultammo, ma quel giovane si era rialzato e mi guardò con la scimitarra in mano.

Il comandante mi ordinò di ucciderlo, con un lamento eseguii, dicendo all’arabo:

  • Stupido! Saresti dovuto restare morto.

Cadde a terra sanguinante senza nemmeno un lamento. Sembrava non avesse nemmeno la forza di respirare. Quanta pena che mi fece.

Ci accampammo poco lontano dal posto in cui avevamo combattuto: c’era un’oasi; riposammo lì.

Quella notte…

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La maggior parte dei miei compagni d’arme dormivano, io mi svegliai in preda ad una sete enorme. Allora, andai verso l’oasi, per poter placare il mio improvviso bisogno d’acqua. Mentre bevevo sentii un pesante rumore di passi dietro di me. Qualcuno stava ansimando.

Mi girai e non riuscii a credere ai miei occhi: era il giovane che avevo ucciso ore prima.

Aveva qualcosa di strano, di demoniaco.

Non feci in tempo a capire che venni ucciso brutalmente: era troppo forte, e sentivo che mi stava portando via il sangue e la vita.

Mi svegliai il giorno dopo – o almeno penso fosse tale-, completamente da solo. Ero ancora nell’oasi. Il mio corpo era stato trascinato e nascosto da qualche cespuglio.   

Com’era possibile che fossi ancora vivo? Era tutto talmente assurdo che pensai di essermi sognato tutto, almeno all’inizio, o qualche scherzo della stanchezza, o divino.

Quindi mi alzai e cercai il mio gruppo; ero stato abbandonato, notai. I miei compagni d’arme se n’erano andati: e io avevo una misteriosa sete. Mi sentivo completamente confuso. Non riuscivo a capire nemmeno se il posto in cui mi trovavo fosse lo stesso di quella notte.

Provai a bere l’acqua dell’oasi, non mi fece alcun effetto.

Non sapendo cos’altro fare, mi incamminai nel deserto, senza nessuna destinazione, sperando di rivedere gli altri, o di giungere in qualche paese o città.

Il sole mi indeboliva, non avevo caldo però. Anzi, non provavo più molte cose. Stavo solo vagando in preda alla confusione.

Non avevo fame o stanchezza. Solo questa sete che non capivo.

Continuai a camminare dritto nel deserto: o almeno credo. Giunse la notte, senza nemmeno rendermene conto, caddi al suolo, stramazzato.

Credo che io abbia dormito, allora; ma nemmeno di questo son tanto sicuro.

Ad un certo punto mi ripresi, qualcuno mi stava chiamando: allora aprii gli occhi e vidi sia il giovane che mi aveva ucciso, sia un altro arabo, che parlava la mia lingua.

  • Sveglia, sveglia!
  • Che succede? – Domandai. – Tu che ci fai qui? – Ero ancora confuso.
  • Mi dispiace, ragazzo. – Mi disse l’uomo. – La tua vita è finita. Non sei più un essere umano.
  • Cosa significa?
  • Perdonalo: non sapeva che uccidendoti saresti diventato un vampiro.
  • Un vamp …cosa?
  • Lascia che ti spieghi. Anzi prima mi presento: mi chiamo Amir, lui è Omar. Non sa parlare la tua lingua, ma è dispiaciuto. Noi vampiri siamo esseri che vivono dopo la morte. Non siamo né in paradiso, né all’inferno: ci nutriamo di sangue. Siamo non-vivi, non-morti. È il sangue che ci rende di nuovo caldi.
  • Cosa…? Non capisco.
  • Sei confuso. Omar, dagli un calice di sangue.

Bevetti ciò che mi fu offerto. Ero confuso ma una cosa era chiara: la mia vita precedente non sarebbe tornata mai più.

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