“La Miccia” – Episodio 1:”Il Muretto”

Altro prequel de:”Un Piromane in Ferie” , narrano le vicende di un Giorgio più giovane, quello che è (o sarà) il piromane. Un’adolescenza ribelle, strana, pazzesca e solitaria, in una Torino di qualche anno fa, nel passato.

ATTENZIONE: si precisa che, come altri racconti del blog (poesie incluse), questa è un’opera di fantasia. Ogni riferimento a luoghi, eventi, reali (varie ed eventuali) è puramente casuale.

Dato che nessuna delle persone descritte esiste realmente, e quindi non vive le sperienze descritte. (Ovviamente).

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Capitolo 1

“Il muretto”

Dietro ogni incendio,

c’è una fottuta miccia.

Faceva freddo, zero gradi, forse. Stavo fermo sul muretto, su quel cazzo di muretto, ogni giorno. Quel punto di riferimento, con quel freddo glaciale.

Mi sentivo più ghiaccio che umano. Non so se è così che si sente un pupazzo di neve, so che non è nella natura umana stare bene, quando le temperature diventano troppo alte, e questo mi bastava, ai tempi.

Da quel muretto, si vedevano due parti della città. Tra la campagna, le montagne, e l’urbanità di Torino. Guardavamo il mondo da quel piccolo spazio, su cui ci potevamo sedere, potevamo scriverci sopra, facendo graffiti.

Era una cosa che non si sapeva a cosa serviva, in mezzo al nulla, dove io e i miei amici ci vedevamo.

Io ero un ragazzino, facevo ancora le superiori, e non capivo un cazzo della vita. Era l’8 dicembre, il giorno dell’immacolata. Con me avevo un po’ d’erba e delle bombolette.

Mi piaceva sentirmi in quel modo, con quelle poche cose con me, mi sentivo libero. Mi sentivo il padrone della città.

E noi eravamo uno di quei gruppi che, anche volutamente, se ne stava ai confini di un mondo che pensavamo non fosse nostro.

Avevo addosso un North Face Rosso, un berretto di lana grigio, e per scaldarmi camminavo intorno al nostro muretto, di continuo.

Guardavo i fumi delle fabbriche, guardavo il mondo, che con quell’aria fredda sembrava essere più vivo. Sembrava di riuscire di guardare oltre…ma oltre cosa, di preciso?

Aprii il mio zaino Seven, di colore nero. Dentro c’erano un mucchio di cose. E siccome mi annoiavo, mi misi a frugare nelle mie cose.

Chiusi gli occhi, e decisi di prendere la prima cosa che mi sarebbe capitata tra le mani… e mi capitarono dei cerotti.

Mi ricordai il motivo per cui li avevo comprati in primis.

Quella volta in cui Rebecca, per farsi la figa, aveva deciso di saltare più volte sul muretto, facendoci vedere che lei era la più veloce di tutti.

Ma la stupida si fece prendere dalla foga, e cadde male, facendosi malissimo al ginocchio.

Si era strappata i jeans, ricordo il rosso che si mischiò con il blu… e siamo dovuti andare a cercare una farmacia da sballati.

E dopo essere usciti pazzi con disinfettante e cerotti, Carlo mi fece una battuta:

  • Ehi, Giorgio! C’hai sempre tutto in quel cazzo di zaino. Prenditi dei cerotti e ‘ste cose qua!

E infatti, così feci. Ormai ero il previdente del gruppo.

Siamo giocatoli rotti scatole di cerotti

Spero il veleno che hai pianto serva per aprirti gli occhi

Appunti mai letti sui posti, fiabe per bimbi interrotti

Dalla parte sbagliata di là non c’erano più posti”.

I ragazzi stavano tardando anche troppo: mi accesi una canna, da solo. Non ci misi troppa erba, perché alla fine dovevamo dividerla; e, guardando il fumo uscire dalla mia bocca, facevo finta di afferrarlo.

Mi sentivo uno stupido, ma del resto, chi se ne frega di esserlo, quando sei un adolescente?

Guardavo tutto quello che mi circondava, faceva così dannatamente freddo… Eppure, non so: mi sentivo così libero.

Zero gradi, i palmi screpolati

Per non disturbare il cielo non respiravi quasi

Tra i bambini scalmanati, forti e spettinati

Il tempo spezza ogni promessa, ciuffi d’erba calpestati

.

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